Relazione psiche-corpo

 

Come la scienza ha rimosso le relazione tra psiche e corpo

di Filippo Falzoni Gallerani

Anima e corpo. Cartesio codifica la completa separazione della coscienza e della mente, la Res Cogitans, da quella del corpo e della materia, la Res Extensa. Cartesio era convinto che la mente, l’io pensante, fosse un fenomeno di natura divina, creato da Dio e che solo la religione era in diritto di occuparsene; il corpo, macchina biologica senza anima, poteva essere quindi studiato dagli scienziati senza ledere il privilegio della religione. Ma come la psiche è connessa con il corpo fisico? Cartesio si arrampica sui vetri delle raffinatezze filosofiche, sostenendo che l’anima è connessa con un piccolo punto del cervello da cui dirige tutte le attività fisiche. La scienza occidentale nasce da questa precisa divisione che si sviluppa come studio del solo corpo fisico, della struttura meccanica senza occuparsi della mente, anzi ignorandola completamente o addirittura, come fanno i comportamentisti e i riduzionisti, sostenendone l’insistenza. La medicina, figlia della scienza moderna, si sviluppa studiando il solo corpo, le sue parti e la sua meccanica, da cui derivano tutte le malattie e dalla cui modificazione farmacologica o chirurgica si può riguadagnare la salute. La mente e le emozioni sono completamente assenti dagli studi universitari, fino a pochissimi anni fa non solo era sconosciuta ogni forma di interazione tra psiche e corpo, ma anzi, ogni tentativo di evidenziare delle connessioni veniva censurato e ridicolizzato. E’ quindi evidente lo stupore che gran parte del mondo accademico ha mostrato di fronte alle scoperte scientifiche che, dagli anni Sessanta a noi, testimoniano insindacabilmente che questa relazione non solo esiste ma è probabilmente una delle cause più importanti e comuni nella genesi delle malattie e, quindi, della loro guarigione. E’ interessante anche notare come la maggior parte delle più recenti scoperte confermi le assunzioni dei primi psicoanalisti ma soprattutto della concezione medico-terapeutica, di quella multiforme cultura che, negli USA e nel mondo, viene da tempo chiamata New Age: una visione di unità psicosomatica, olistica, comune alla maggior parte delle tradizioni mediche orientali, da sempre osteggiata e rimossa dalla medicina ufficiale.

Sistema immunitario ed emozioni: nuovi legami proposti dalla ricerca

Da Shakespeare alle canzonette popolari di ogni paese, risulta evidente la connessione che lega le passioni alla gioia di vivere o, al contrario, alla depressione, alla malattia e alla morte. E’ sconcertante come la scienza medica abbia tenuto fino ad ora in così poco conto questa ovvia relazione. I tempi stanno cambiando rapidamente.

A Salisbury, in Inghilterra, non lontano da Stonehenge, opera un laboratorio scientifico molto particolare, il “Common Cold Unit”, dove alcuni scienziati stanno studiando il raffreddore, una delle più antiche malattie dell’umanità, con l’aiuto di volontari che accettano allegramente di venire infettati dal virus, in cambio di vitto e alloggio e di un piccolo stipendio giornaliero. I ricercatori del CCU stanno cercando sin dal 1946, una cura del comune raffreddore. Uno psicologo americano di nome Sheldon Cohen, associatosi temporaneamente, sta portando avanti un programma personale. Oltre ai soliti test del sangue e ai conteggi degli anticorpi, Cohen impiega nuovi tipi di misure quali: gli indici di “integrazione sociale”, i “protettori di stress” e le scale di “problemi”, misurando la conoscenza dei volontari su quanto aiuto possano aspettarsi in momenti di stress, per vedere se particolari stati della mente influenzino la suscettibilità del corpo.

Prendiamo un raffreddore più facilmente quando ci sentiamo minacciati o soli? Questo tipo di ricerca può forse provocare derisione in certi ambienti scientifici : “Quando dici che vuoi esaminare la correlazione tra fattori psicosociali e malattie”, dice Cohen, “un sacco di gente guarda come se fossi matto e anche il pubblico, in genere, è scettico sull’argomento.”

La gente non è sorpresa quando arrossisce perché è imbarazzata, quando un pensiero spaventoso fa battere forte i loro cuori o una cattiva notizia improvvisa li mette K.O., eppure trovano difficile credere che stati mentali quali “solitudine” o “tristezza” possano avere un impatto sui loro corpi.

Recentemente, però, i dubbi stanno iniziando a scomparire. Negli ultimi dieci anni si è assistito a un’esplosione di ricerche che indicano che la mente e il corpo agiscono l’uno sull’altro in modi spesso sorprendenti. Con l’aiuto dei più sofisticati mezzi di ricerca, i ricercatori stanno dimostrando che gli stati emotivi si possono tradurre in una risposta alterata del sistema immunitario, quel complesso insieme di organi, ghiandole e cellule che costituisce il meccanismo principale del corpo per respingere gli invasori.

Impatto emozionale: il passo logico successivo sarebbe quello di assumere che le emozioni hanno un impatto sulla salute. Questo legame diretto tra stato della mente, risposta immunitaria alterata e malattia è quello che ricercatori come Cohen stanno affrontando oggi. Molti studi hanno scoperto correlazioni stimolanti, alcuni mostrano che c’è una maggior percentuale di malattie tra persone che hanno sofferto di recente la perdita del consorte, indicando così che il lutto altera significativamente il sistema immunitario. Lo stesso è vero per persone che si sentono socialmente isolate… In una delle ricerche più importanti i ricercatori hanno trovato che la mortalità era tre volte più alta tra coloro con meno rapporti affettivi, senza distinzione di età o di sesso.

Sembra che l’avere dei buoni amici o dei parenti offra una buona misura protettiva contro gli eventi stressanti della vita. Gli scienziati dell’Università di Michigan hanno esaminato alcune delle ricerche e concordano nel ritenere che l’isolamento è uno dei “maggiori fattori di rischio”rispetto alla mortalità, forse tanto quanto il fumare sigarette. Un’analoga correlazione vale per i pazienti ricoverati nelle case di cura che sentono di non aver alcun controllo sulla loro vita quotidiana, per pazienti ammalati di cancro al seno pessimistici sul recupero, per coppie invischiate in matrimoni pieni di conflitti e i loro figli. E’ anche vero l’opposto: sembra che gli stati mentali positivi favoriscano la buona salute e la longevità. In uno studio diretto dalla psicologa Sandra Levy dell’Istituto del cancro di Pittsburg, si è trovato che un fattore chiamato “gioia”, vale a dire un certo stato di vigore ed elasticità mentale, era il secondo elemento, in ordine di importanza, nel predire la capacità di sopravvivenza di un gruppo di pazienti soggetti a cancro al seno ricorrente. Il primo fattore era la lunghezza degli intervalli senza la malattia.

Negli ultimi dieci anni, l’intero campo delle ricerche sulla connessione mente- corpo è stato denso di eccitazione. Lo psicologo Martin Saligman dell’Università della Pennsilvanya, che ha sviluppato un concetto chiave definito “senso di impotenza acquisita”, ha definito il momento attuale una “età dell’oro” in cui le connessioni mente-corpo, sospettate da lungo tempo, vengono finalmente provate scientificamente.

Uno dei libri recenti su mente-corpo: “Love / medicine / miracles” (“amore, medicina e miracoli”) ha guidato la classifica dei best-seller del New York Times per oltre un anno e parecchi altri libri sull’argomento hanno venduto molto bene. Il servizio pubblico di diffusione televisiva americana si sta adeguando alla nuova onda di interessi e sta trasmettendo una serie intitolata “La mente”.

Cellule che soffrono: la ricerca sta ricevendo una grande spinta da una nuova ricerca interdisciplinare, chiamata psico-neuro-immunologia (PNI). La PNI riunisce scienziati di scienze sociali e scienziati di scienze di base che raramente hanno comunicato tra loro in passato. Janice Kiecolt-Glaser, psicologo dell’Università di Stato dell’Ohio, sta conducendo una lunga ricerca sugli effetti dello stress sugli assistenti dei pazienti con morbo di Alzheimer, ed ha detto: “Stiamo ottenendo un’affascinante prova di legami assai più stretti di quanto sospettassimo, ci ha aperto prospettive che mai avremmo preso in considerazione dieci anni fa”.

Le risposte immunitarie che i ricercatori hanno osservato sono infatti sorprendenti: “come se il corpo fosse rovesciato da dentro a fuori e le cellule stesse provassero dolore, paura o speranza.” Quest’idea potrebbe non essere così fantasiosa come sembra. Verso la fine degli anni ’70 il neuroscienziato Karen Bulloch, attualmente all”‘Università di California, San Diego, ha rintracciato vie neurologiche dirette che connettono il cervello con il sistema immunitario.

Ricerche successive hanno dimostrato che il sistema immunitario produce sostanze chimiche che ritrasmettono informazioni al cervello, allo stesso modo in cui i neurotrasmettitori del cervello mandano segnali al sistema immunitario. Da allora gli scienziati hanno concluso che i due sistemi sono legati da un complesso sistema di “anelli di feed-back” con cui si influenzano l’un l’altro. Le implicazioni di questi circuiti sono sconvolgenti; per i ricercatori nel campo della PNI sembra quasi che il sistema immunitario abbia un suo proprio cervello. La dottoressa Candace Pert del NIMH, uno dei maggiori ricercatori del campo, ha detto che, come molta gente, una volta credeva che la “mente fosse nel cervello e la coscienza nella testa”. Adesso, è convinta che nella mente e nel corpo ci sia una specie di consapevolezza condivisa e che talvolta sia difficile decidere chi comanda. “Questo” dice la Pert, “sta creando una rivoluzione nella medicina, nel modo in cui noi vediamo la fisiologia”. Tutto ciò fa nascere domande profonde sulla natura del comportamento, sull’essenza di quello che noi siamo.

 

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